David Gasparean's Blog
gasparean.com
Home » Stories » Nazar il Baldo di Hovhannes Tumanyan

Nazar il Baldo di Hovhannes Tumanyan

Hovhannes Tumanyan, 1912
Traduzione dall'armeno di Geghard Vahè Vahunì

C'era una volta un poverello di nome Nazar. Era un tipo disgraziato, fannullone in più era pauroso ma così pauroso che da solo non avrebbe mai messo piede fuori di casa, neanche per farsi ammazzare. Dall'alba al tramonto passava tutto il giorno appiccicato alla moglie, con lei andava fuori e con lei rincasava. Per questo l'avevano soprannominato Nazar il Fifone.

Una notte uscì con la moglie in cortile, vedendo che era una fresca notte di luna piena all'improvviso fece: “Ehi, donna, guarda che bella notte! è proprio da predare qualche carovana. Il cuore mi dice vai a taglieggiare la carovana dello Scià delle Indie per riempirci la casa di ogni ben di Dio”.

La moglie ribadì: “Ma stai zitto e stattene buono là! Guardatelo il predone di carovane!”.

E Nazar fece: “Che donna insensibile che sei...! Perché non mi lasci andare a predare qualche carovana per riempire poi la casa? Sennò che uomo sarei? E poi tu a me che vado in giro a capo coperto come osi parlare in questo modo?”.

Martiros Saryan, 1936

Dato che cominciò a scalmanarsi, la moglie entrò in casa e gli chiuse la porta in faccia; “Ora vai a saccheggiare carovane pezzo di vigliacco!”.

Nazar rimase sull'uscio e dalla paura gli si ghiacciò il sangue. Nonostante la supplicò e la implorò di aprire la porta, la moglie restò impassibile. Perdendo la speranza si raggomitolò sotto un muro e infreddolito passò la nottata fino all'alba. Mentre così contrariato stava adagiato al sole aspettando che la moglie lo facesse rientrare a casa, gli venne in mente un pensierino. Era una torrida giornata d'estate e le mosche smaniose non gli davano tregua e lui pigro com'era non si puliva neanche il naso perciò le mosche gli si appiccicavano a sciami. Quando non ce la fece più alzò la mano e si diede una bella botta in faccia. Le mosche schiacciate gli caddero davanti.

“Ammazza...! Che ho fatto...!”, rimase sorpreso.

Provò a contare quante ne avesse ammazzate con un solo colpo e non ci riuscì. Pensò che fossero non meno di un migliaio.

“Caspita!”, disse. “Prima di oggi non sapevo di essere un uomo così robusto. Io che sono capace in un solo colpo ad abbattere mille esseri viventi, che ci faccio accanto a quella donnaccia...!”.

Senza perdere tempo si alzò e andò di corsa dal prete del villaggio.

“Benedica Padre!”.

“Che Dio ti benedica figliolo!”.

“Padre non sai che mi è successo...”. E gli raccontò della sua impresa eroica. Gli comunicò inoltre di voler lasciare la moglie. Chiese però più di ogni altra cosa che il prete mettesse per iscritto le sue gesta coraggiose perché non rimanessero ignote cosicché chiunque le avesse lette avrebbe scoperto la verità su di lui. Così il sacerdote per scherzo su un pazzo di straccio buttò giù un versetto.

“Nazar il Baldo, eroe gagliardo,
in un colpo solo fa a pezzi un migliaio”.

Il Nazar tutto contento prese questo pezzo di straccio, lo attaccò ad un'asticella, si allacciò una spada tutta arrugginita alla vita, montò sull'asino del suo vicino e se ne andò dal paese.

Uscì dal suo paese e prese una strada senza sapere nemmeno dove lo avrebbe portato.

Trottò trottò, di colpo si voltò e si accorse di essersi parecchio allontanato dal paese. In quell'istante sentì il cuore fermarsi. Per farsi coraggio cominciò a canticchiare tra sé, borbottare sotto il naso, parlare da solo e infine sgridare l'asino. Più si allontanava più cresceva l'ansia, più cresceva l'ansia più alzava la voce. Infine cominciò ad urlare e fare un gran schiamazzo, in più il suo asino cominciò a ragliare. Quel gran fracasso fece volar via gli uccelli dagli alberi, scappare le lepri dentro I cespugli, tuffare le rane nell'acqua.

Nazar si scatenava sempre di più. Ma soprattutto quando entrò nel bosco gli parve che da dietro ogni albero, da ogni cespuglio, da ogni pietra ci fosse pronto ad assalirlo qualche bestia, qualche barbaro. Si mise a strillare inorridito... eccome strillò! Da stordire l'orecchio.

A farlo apposta proprio in quel momento nel bosco passava un contadino che tirava dietro di sé il cavallo. Non appena gli arrivarono all'orecchio quegli strilli terribili si fermò.

“Oh Santo Dio! Non sarà mica arrivata la mia ora...? Chissà che siano i barbari...!”.

Lasciò il cavallo si scapicollò sul viottolo che passava sotto il bosco e corse come un razzo.

Il nostro Nazar il Baldo, baciato dalla fortuna, mentre stava facendo tutto quel fracasso vide un cavallo sellato che lo aspettava in mezzo alla strada. Scese dall'asino, montò sul cavallo e continuò per la sua strada.

Trottò abbastanza, non si sa quanto lo saprà meglio lui di sicuro, ma alla fine sbucò in un paese. Né lui conosceva il paese, né il paese lui. Cominciò a pensare: “Dove andare...? Dove stare...?”. Da una casa udì dei suoni di piffero, così condusse il cavallo in quella direzione e si ritrovò in una festa di nozze.

“Buongiorno a voi!”, entrò salutando.

“Che Dio ti benedica, benvenuto!”, venne salutato.

E gli altri invece: “Avanti..., avanti..., forza...! L'ospite è di Dio!”.

Così lo invitarono e lo fecero accomodare con la sua bandierina a capo della tavola.

Gli invitati del banchetto nunziale si incuriosirono di sapere chi fosse quello sconosciuto e dall'altro capo della tavola si davano l'uno all'altro delle gomitate chiedendosi chi fosse quell'uomo, finché sussurrando sussurrando... la domanda arrivò al sacerdote che si era messo a capo dell'altra tavola. Il prete a stento riuscì a leggere sulla bandiera:

“Nazar il Baldo, eroe gagliardo,
in un colpo solo fa a pezzi un migliaio”.

Lesse e lo comunicò terrorizzato al suo vicino, quest'ultimo al suo vicino, questo al terzo, il terzo al quarto, di modo che la notizia arrivò laggiù fino alla porta e per tutta la sala del banchetto rimbombava: “È mai possibile che il nuovo ospite è proprio lui...

Nazar il Baldo, eroe gagliardo,
in un colpo solo fa a pezzi un migliaio”.

“Senz'altro è Nazar il Baldo...!”, esclamò un fanfarone. “Guarda quanto è cambiato, non l'ho riconosciuto da subito...”.

Vi furono persone che addirittura raccontavano le sue imprese eroiche, la vecchia amicizia tra di loro e le storie dei giorni passati con lui.

“Ma come mai che un pezzo grosso del genere non si porta dietro nessun servo?”, chiesero gli sconosciuti stupefatti.

“È una sua usanza, non gli piace andare in giro con la servitù. Una volta glielo chiesi. Mi rispose: “Che me ne faccio di servi, tutto il mondo sta ai miei servizi e ai miei piedi”.

“Ma come mai non ha una spada come si deve e si è allacciato quel pezzo di ferro arrugginito alla vita?”.

“Proprio in questo è la sua virtù che con questo pezzo di ferro in un solo colpo fa a pezzi un migliaio. Sennò, sarebbe troppo facile con una buona spada, ci riuscirebbero anche i coraggiosi più comuni”.

Allora la gente meravigliata si alzò in piedi e brindò alla salute di Nazar il Baldo. Il più arguto di loro invece si fece avanti con un discorso a Nazar e disse: “Da tanto tempo avevamo sentito parlare della tua grande fama, non vedevamo l'ora di vedere il tuo volto e ora siamo felici di averti tra noi”.

Nazar gemette e mosse la mano. Tutti i partecipanti al banchetto ammiccarono fra di loro intuendo il grande significato di quel gemito e di quel cenno della mano.

A questo punto un cantastorie che era là per la festa, lì per lì improvvisò una canzone.

“Sii il benvenuto, ospite cortese,
Aquila rapace delle nostre distese,
Corona e orgoglio del nostro paese,
Nazar il Baldo, eroe gagliardo,
in un colpo solo fai a pezzi un migliaio.

Al debole indifeso sei sostegno,
Lo proteggi da ogni disdegno,
Ci salvi dall'orrido maligno,
Nazar il Baldo, eroe gagliardo,
in un colpo solo fai a pezzi un migliaio.

Ci offriamo alla tua bandiera,
Al tuo stallone, alla sua criniera,
Alla sua coda, alla spada tua austera
Nazar il Baldo, eroe gagliardo,
in un colpo solo fai a pezzi un migliaio”.

Così, disperdendosi, la gente ubriaca diffuse in ogni luogo la fama di:

“Nazar il Baldo, eroe gagliardo,
in un colpo solo fa a pezzi un migliaio”.

Raccontarono in giro le sue incredibili gesta descrivendo la sua immagine possente. E la gente di ogni luogo dava ai propri figli il nome di Nazar il Baldo.

Il nostro Nazar uscì da quella sala del banchetto nuziale, continuò per la sua strada e andò a finire in un campo verde. Lasciò sciolto il suo cavallo a pascere e lui sdraiandosi all'ombra della sua bandiera si addormentò.

Sta di fatto che queste terre appartenevano a sette fratelli giganti, sette barbari che avevano il loro castello sulla cima di una montagna vicina. Questi barbari videro dall'alto che qualcuno era andato a spaparanzarsi sul loro campo. Si sorpresero alla vista di quel tipo, dal cuore di leone e dal coraggio di un gigante, che non solo si era azzardato a distendersi senza scrupoli sulla loro terra ma che aveva anche lasciato sciolto il cavallo. Ognuno di loro teneva una mazza di quaranta libbre, la impugnarono e scesero giù. Cosa videro? Un cavallo che pascolava e un uomo accanto che dormiva, sopra la testa una bandiera e sulla bandiera una scritta:

“Nazar il Baldo, eroe gagliardo,
in un colpo solo fa a pezzi un migliaio”.

Ohi! Era Nazar il Baldo... Si morsero le dita e rimasero basiti. Il fatto è che la notizia diffusa dagli ubriaconi del banchetto delle nozze era arrivata anche a loro. Così allibiti e col cuore palpitante aspettarono finché Nazar si saziasse di sonno e si svegliasse.

Quando Nazar si svegliò ed aprì gli occhi, vide quei sette enormi giganti con le mazze di quaranta libbre sulle spalle a un palmo di naso adunati sopra la sua testa, e sentì fermarsi il cuore. Si nascose dietro la sua bandiera tremando come una foglia d'autunno. Questi giganti a vederlo tremare e impallidire, dissero:

“Si è imbestialito, da un momento all'altro ci ammazzerà tutti e sette con un colpo solo...!”.

Si accucciarono per terra davanti a lui supplicando:

“Nazar il Baldo, eroe gagliardo,
in un colpo solo fa a pezzi un migliaio”.

“Avevamo sentito del tuo tremendo nome, non vedevamo l'ora di vederti. Ora siamo felici che tu sia venuto di persona nella nostra terra. Siamo sette fratelli e siamo i tuoi umili servi. Il nostro castello eccolo là sta sulla cima di quella montagna con dentro la nostra bellissima sorella. Ti supplichiamo di farci la grazia e provare la nostra ospitalità”.

Davanti a tale svolta dei fatti il Nazar riprese il fiato e montò a cavallo. I sette fratelli invece presero la sua bandiera e lo accompagnarono solennemente al loro castello. Lo accolsero nel castello lo onorarono con attributi degni da re, parlarono tanto delle sue gesta e lo lodarono così tanto che la loro bella sorella si innamorò di lui. Questo fece solo aumentare il rispetto e l'onore nei suoi confronti.

A quei tempi in quel paese saltò fuori una tigre seminando terrore tra la gente. Chi avrebbe ucciso la tigre? Di certo Nazar il Baldo! Chi altro si sarebbe fatto coraggio per affrontare la tigre. Tutti quanti puntarono lo sguardo su Nazar. In cielo c'era Dio, sulla terra Nazar il Baldo.

Nazar appena sentito il nome della tigre scappò via volendo tornarsene dalla moglie, mentre chi lo guardava scappare pensava che volesse correre ad uccidere subito la tigre. La sua innamorata invece gli sbarrò la strada chiedendogli di prendere qualche arma prima di andare a sfidare la tigre a mani vuote. Così gli porse un'arma affinché lui potesse aggiungere un altro atto coraggioso alla sua gloria. Nazar prese l'arma e andò via. Raggiunse il bosco, salì su un albero e stette nascosto per far sì che né lui vedesse la tigre né la tigre vedesse lui. Stava appollaiato sull'albero. E chi lo avrebbe riconosciuro così non il cuore trepidante come quello di un coniglio? Quasi per dispetto quella maledetta tigre venne a sdraiarsi proprio sotto quell'albero. Non appena Nazar la vide si sentì gelare il sangue, gli si annebbiò la vista, gli si paralizzarono le braccia e pàffete, cadde dall'albero sulla bestia. La tigre atterrita sbalzò da terra, invece Nazar per la paura si aggrappò alla sua schiena.

Cosi quella tigre imbizzarrita, con Nazar esterrefatto sulla sua schiena, scappava per colli e valli così che nessuno l'avrebbe più fermata.

A un certo punto la gente vide Nazar il Baldo andar a rotta di collo sulla tigre...

“Ehi! Ehi! Venite qua, venite... Nazar ha domato la tigre... L'ha resa suo cavallo... Dai assaliamola dai...!”.

Si fecero coraggio e la attaccarono, urlando schiamazzando e sghignazzando da tutte le parti, con pugnali, spade e schioppi, pietre e bastoni e la ammazzarono.

Una volta ripresi i sensi gli si sciolse la lingua: “Peccato...! Perché l'avete ammazzata? L'avevo addomesticata come un cavallo con tanta fatica. Non avete idea di quanto l'avrei fatta ancora correre”.

La notizia arrivò al castello. Uomini e donne, vecchi e bambini, tutta la gente si buttò fuori per accogliere Nazar. Composero pure una canzone su di lui:

“In tutto il mondo,
Tra gli uomini linear,
Non hai confronto,
Oh grande Nazar!

Come un lesto uccello,
come un fulmine ardente par,
Scendesti dal castello,
Oh grande Nazar!

La terribile belva,
Riuscisti a domar,
Corresti per selva,
Oh grande Nazar!

Dal male ci salvasti,
Mai potremo scordar,
Gloria per secoli rimasti,
Oh grande Nazar!”.

In seguito fecero sposare Nazar il Baldo con la bella sorella dei giganti. Festeggiarono le nozze per sette giorni e sette notti, osannando il re e la regina:

“Tra i monti è spuntato un sole brillante,
Chi mai sarà quello?
Tra i monti è spuntato un sole smagliante,
Nazar è quello.
Nel cielo è sorta una nuova luna,
Chi mai sarà quella?
Nel cielo è sorta una tenera luna,
La sua amata è quella.

Il sole è il nostro bel re,
Con la sua bella luna.
Bella corona ricopre,
La sua effigie aquilana.
Scarpe rosse porta il re
Bella cinta avvolge la schiena.
Viva il nostro bel re
E la sua bella regina.

Auguri all'eccelsa regina,
E al suo amato,
Lunga vita a re e alla regina
E all'intero creato.

Sta di fatto che questa giovane la voleva in moglie il re del paese vicino. Quando seppe che l'avevano fatta sposare ad un altro, formò l'esercito e dichiarò guerra contro i sette fratelli.

Allora i sette giganti andarono da Nazar il Baldo per portargli l'annuncio della guerra, gli fecero un inchino e chiesero ordini da lui.

Appena sentito la parola guerra, Nazar si terrorizzò. Filò via per tornarsene nel suo paese. La gente però a vederlo svignare pensò che volesse su due piedi attaccare l'esercito nemico. Gli si buttarono davanti, lo fermarono supplicando: “Ma perché ci vai da solo senza alcun'arma? Mica vuoi lasciarci la pelle?”.

Gli portarono delle armi e dell'armatura e la moglie pregò i suoi fratelli che non lo lasciassero da solo ad assalire l'esercito nemico in preda al suo grande coraggio.

Questa notizia volò via, si diffuse tra la gente e l'esercito. E fra le file del nemico attraverso le spie si insinuò il bisbiglio che Nazar il Baldo solo soletto senza esercito né armi si buttava a capofitto verso il campo di battaglia, e inoltre che lo dovevano trattenere a stento, facendogli da muro tutt'intorno.

In mezzo al campo di battaglia venne portato un possente destriero. Ci fecero salire Nazar e l'esercito animato e rumoroso lo seguì strillando:

“Viva Nazar! Morte al nemico!”.

Ma il destriero cavalcato da Nazar si accorse del disgraziato che portava sopra, nitrì, s'inalberò e si lanciò dritto verso l'esercito nemico. Le truppe credettero che Nazar si lanciasse per attaccare e loro pure gridando: “Urrà...!” seguirono Nazar assalendo il nemico con una furia sfrenata. Considerando che non riusciva più a tener sotto controllo il destriero e stava per cascare allungò il braccio cercando di aggrapparsi a un albero. Giacché l'albero era marcio un ramo grosso come un tronco si staccò rimanendogli nella mano. L'esercito del nemico a cui era già arrivata la fama di quel gagliardo terribile e ormai ne aveva una grande paura, a vedere questo gesto coi propri occhi, inorridì e perse la testa. Tutti quanti voltarono le spalle e in una fuga generale se ne andarono a gambe levate per riportare la loro pelle a casa urlando: “Scappi chi può...! Sta arrivando Nazar il Baldo sradicando gli alberi...”.

Quel giorno molti degli avversari caddero, i sopravvissuti deposero le loro spade ai piedi di Nazar dichiarandogli la loro sottomissione e obbedienza.

In seguito Nazar il baldo tornò dal sanguinoso campo di battaglia al castello dei giganti. Al suo passaggio la gente lo accolse con strabiliante calore, gli costruì degli archi di trionfo. Giovani ragazze, portando mazzi di fiori tra le mani, gli vennero incontro osannandolo e celebrandolo con musica e canzoni, a loro si unirono delegati con discorsi di lode. Per dirla breve gli resero tali e tanti onori che Nazar rimase stupito e sbalordito.

Infine con tali onori ed ossequi lo portarono al palazzo facendolo troneggiare sul sofà reale e lo proclamarono il loro re. Come divenne re ad ognuno dei giganti assegnò una carica. Ben presto riuscì ad avere l'intero mondo in pugno.

Dicono che ancora oggi Nazar il Baldo vive e regna e quando sente parlare di coraggio, d'intelligenza, di genio, ride e dice:

“Ma che coraggio, che intelligenza, che genio, sono tutte cose fatue. L'unica cosa che conta è la fortuna. Se la fortuna ti accompagna farai festa a vita.

Per dire il vero dicono che ancora oggi Nazar il Baldo fa festa e deride il mondo.

Published: 15.04.2014 | Views: 3167 | Comments: 5 | Rating: 4.6/20